Credere di credere

Tratto da un discorso di Swami Roberto:

Parlando di spiritualità è inevitabile usare la parola “fede”, che significa dare fiducia... aderire ad un fatto o ad un’idea determinata da motivi non giustificabili per intero dalla ragione. Il campo del “credere” per sua natura esula dal piano della consapevolezza, nel senso che si prestano ad essere creduti proprio quegli argomenti che non possono essere constatati. Per logica tutto ciò che rientra nella sfera del conosciuto, non può e non deve essere oggetto di fede. Disponendo infatti degli strumenti intellettivi adatti per sondare la realtà concreta, l’individuo razionale è chiamato ad usufruirne, facendo il possibile per sostituire un vago “credere” con la consapevolezza obiettiva di ciò che può umanamente capire... a condizione ovviamente che voglia elevare la sua coscienza spirituale. D’altronde, per quale motivo bisognerebbe limitarsi a ritenere vero quanto è detto e affermato da altri, se si ha la possibilità di sperimentarlo? Ciascuno è consapevole di una serie di eventi, circostanze, concetti che ha vissuto e razionalmente constatato, ma non di tutta la realtà. Ciò che sta oltre la sfera della sua consapevolezza... indipendentemente dal fatto che sia un’idea personale o collettiva, un proposito o un dubbio, o anche una negazione di qualcosa... si presta comunque ad essere oggetto di un atto di fede.
Il moto interiore della fede si manifesta in relazione alle domande insite nella mente dell’essere umano, in rapporto al senso dell’esistenza, al significato della sofferenza, all’incognita del “dopo morte”... ovvero in rapporto a tutti quegl’interrogativi per i quali normalmente la realtà non fornisce delle risposte oggettive ed empiriche. Qualcuno avrà fede in Dio e nel Paradiso, altri nel Nirvana, altri ancora magari crederanno che dopo la vita fisica ci sia il nulla, che tutto finisca... e anche in questo caso esprimeranno una fede, appunto nel nulla, nella fine di tutto... anziché in Dio. Infatti quanti sostengono «Io non credo a niente» in realtà si contraddicono, perché proprio “il credere in niente” è la loro fede. Può capitare per esempio che uno scienziato sia portato a sopprimere nella sua mente ciò che sfugge al suo sapere empirico, per poter vivere della consapevolezza razionale che ha maturato, senza rendersi conto che anche lui compie un grande atto di fede... che in questo caso consiste nella negazione di ciò che non necessariamente è dimostrabile empiricamente.
È importante comprendere che tutti hanno una loro fede, sia l’ateo che la persona religiosa, in relazione al fatto che ogni essere umano ovviamente ha in sé una parte di non consapevolezza. Peraltro, pur essendo l’oggetto del credere al di fuori delle possibilità di constatazione, spesso accade che alcuni assurdamente vorrebbero imporre la propria fede soggettiva ad altri, che hanno una fede diversa. Questo è un paradosso enorme! Se la fede riguarda ciò che non può essere dimostrato, per quale motivo si dovrebbe ritenere giusta la propria fede e sbagliata quella degli altri? A rigor di logica e di buon senso, per nessun motivo! Invece è evidente la triste realtà di una fede che molto spesso viene fatta diventare uno strumento di violenza e di coercizione nei confronti di tanti esseri umani. Le religioni spesso arrivano a contrapporsi l’una all’altra, e trasformano in motivi di disputa quelle che invece sono semplicemente differenze di credo determinate dalle diversità culturali; tanti teologi accampano la pretesa che la propria verità, essendo rivelata, sia l’unica giusta... ma allora bisognerebbe tener conto delle rivelazioni proclamate da tutte le religioni. Quello che potete facilmente comprendere è che parlando in termini umani di concetti quali l’Eternità o l’onnipotenza di Dio, che per loro definizione vanno ben oltre i limiti della razionalità umana, molte religioni danno luogo ad una contraddizione imbarazzante. Infatti non solo viene chiesto ai fedeli di credere in ciò che non possono comprendere, ma poi viene loro descritta con parametri razionali quella realtà che è stata dogmaticamente eletta a mistero della fede proprio perché sta oltre la ragione, e che non potrebbe essere pertanto descritta in alcun modo. Se l’Eternità è una dimensione oltre lo spazio e il tempo, con quali parametri si può descrivere il Paradiso, una vicenda che accadrà alla fine dei tempi, o ciò che esisteva prima del tempo? Il cervello umano, fatto di carne, è vincolato alla “gabbia” dello spazio-tempo nell’elaborare concetti o nel definire qualsiasi cosa, per cui ogni descrizione di ciò che “sta oltre” si basa necessariamente su delle coordinate inadeguate, perché esterne al sistema che si vuole descrivere. Tutto ciò porta inevitabilmente al paradosso e, per fare un esempio, in epoca medioevale un monaco pose il seguente quesito circa l’onnipotenza di Dio: «Potrebbe l’Onnipotente creare un masso così grande e pesante da non riuscire Egli stesso a spostarlo?». Nessuno allora fu in grado di dare una risposta… e nemmeno oggi. Infatti se Dio potesse creare quel masso, non sarebbe più onnipotente in quanto non sarebbe poi in grado di spostarlo. Se Dio invece non potesse crearlo, sarebbe ancora più evidente la sua non-onnipotenza. Dove sta il problema? Semplicemente nel fatto che i concetti di “creazione” e “onnipotenza” sono partoriti nella dimensione limitata dello spazio-tempo in cui si esprime la razionalità, alla quale sfugge la possibilità di definire l’Eternità di Dio. Per quanto il cervello possa almeno considerare teorizzabile il concetto di Eternità, ovvero una sorta di ovunque e sempre presente, non ha alcun dominio razionale su di esso. Ecco allora che uno degli errori più frequenti nella storia della spiritualità è stato indubbiamente quello di “umanizzare” Dio rivestendoLo di attributi e facoltà come per esempio la bontà, la bellezza… e anche la vendetta. In realtà non ha senso attribuirGli caratteristiche connaturate al dualismo di questa dimensione limitata... concetti legati all’idea di un “prima e un dopo” che Dio trascende perché Egli sempre È... Eterno. Già solo il fatto che un uomo creda a qualcosa, è perché lo immagina… ma pensare a ciò che è per sua definizione inimmaginabile, significa ipotizzare soggettivamente quel che si vuole, e non la realtà. Invero l’unica cosa sensata sta nel lasciare ciò che è oggetto di fede nel posto che gli compete, oltre ogni possibile descrizione e confronto.
Oggigiorno tantissime persone “credono di credere” in Dio, quando invece semplicemente credono in ciò che qualcun altro descrive come Dio. Così miliardi di fedeli in tutto il mondo si trovano a dare fiducia a dogmi e regole dettati dalle grandi religioni fideistiche, oppure aderiscono a pensieri soggettivi spacciati per verità divine. Di fatto accettano per fede dei modi di pensare che sono frutto del contesto culturale di appartenenza o decidono di basarsi su comode opinioni personali. La conseguenza inevitabile del seguire un parere personale frutto della propria comodità, non può che essere quella di ridurre Dio a proprio uso e consumo. Peraltro, se così non fosse, in relazione a Dio esisterebbe un’unica certezza condivisa da tutti, che immediatamente unificherebbe tutte le religioni.
Esiste una grande differenza tra la fede in Dio e la fede in una religione! Mentre il credo nell’esistenza di Dio può non cambiare, le cose che la gente crede di Lui molto certamente sì. Se Dio è Verità, come difatti è, non si può pensare che esistano verità diverse che si contraddicono, in quanto una negherebbe l’altra, mentre il concetto di Verità è di per sé unico e indivisibile. Sempre più si assiste invece a tante diverse interpretazioni di ciò che si crede sia Dio, basate su un errore di fondo: ridurre Dio a dimensione umana anziché fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità intellettive per ascendere a Lui, così da restringere il campo del proprio “credere” soltanto a ciò che sta oltre la capacità razionale dell’uomo. Questo è il giusto ambito nel quale collocare la fede, che così diventa l’anelito dell’individuo verso ciò che è superiore al suo limite... vi sembra poco?

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